Il lato oscuro della conservazione
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    Il lato oscuro della conservazione

    Le attività umane stanno conducendo la biodiversità verso un punto di non ritorno. Conosciamo le soluzioni ma, alcune di queste, possono inasprire conflitti e tensioni sociali. E' il caso della conservazione nella ree protette del Pianeta.

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    17/11/2024Di 3Bee, Valeria Barbi
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    La nascita del movimento per la conservazione

    A partire dalla metà dell’Ottocento, come reazione alle rilevanti trasformazioni operate dall’uomo su ambienti naturali fino a quel momento intatti, si sviluppò negli Stati Uniti un movimento, filosofico prima ancora che scientifico, il cui obiettivo era sensibilizzare la pubblica opinione sull’importanza della natura per scopi diversi dal guadagno economico. I principali fautori di questa corrente - tra cui ricordiamo Ralph W. Emerson, Henry D. Thoreau e John Muir - consideravano la natura un tempio dove ammirare l’opera di Dio e, come sosteneva George Perkins Marsh, era quindi dovere dell’essere umano prendersene cura e preservarne le risorse per le generazioni future. Nacque così l’esigenza di conservare vaste aree naturali di particolare bellezza, tenendone l’uomo al di fuori, come fosse un estraneo.

    Fiume Yellowstone

    Yellowstone, terra contesa

    Sull’onda del movimento preservazionista alimentato da John Muir, nel 1872 venne fondato lo Yellowstone NP. Si trattava della prima area protetta nel senso odierno: pubblica e dedicata a preservare nel tempo l’ambiente naturale, proteggendolo dalle attività umane. Dalla sua creazione, quest’area protetta transfrontaliera che abbraccia Wyoming, Montana e Idaho estendendosi per quasi 9000 Km2 è stata sempre descritta come il regno della natura selvaggia in cui è possibile “avere uno sguardo privilegiato sul Pianeta così com’era centinaia di migliaia di anni fa”, prima che l’essere umano facesse la sua comparsa. Peccato che all’epoca della sua fondazione, questo luogo, considerato una delle mete privilegiate per il turismo naturalistico, fosse frequentato da svariate popolazioni native da almeno 11.000 anni.

    Grand Prismatic
    XNatura

    L’estromissione delle popolazioni indigene

    La pratica di espropriare le terre indigene per creare aree protette viene messa nero su bianco da Mark David Spence nel suo libro del 1999, Dispossessing the Wilderness: Indian Removal and the Making of the National Parks, in cui l’autore esamina le complesse origini dei parchi nazionali e le conseguenze, in termini di violazione dei diritti umani, per le popolazioni native. Allontanati con la forza dallo Yellowstone e dal Glacier NP, la presenza delle popolazioni indigene venne tollerata, per qualche tempo, solo allo Yosemite. Costretti a servire i turisti e a mettere in scena umilianti “giornate indiane”, i nativi iniziarono ben presto a soccombere, lasciando le loro terre ancestrali alla volta di territori sconosciuti dove finirono, per lo più, a mendicare. I pochi che tentarono di resistere, vennero espulsi e i loro ultimi villaggi furono ignobilmente e deliberatamente bruciati in una esercitazione antincendio nel 1969.

    Nativi americani

    L’esportazione del modello Yellowstone

    Lungi dall’essere una strategia prettamente nordamericana, la nascita di aree protette sulle spalle delle popolazioni native diventa ben presto una buona pratica globale. La fondazione, nel 1918, del terzo parco più grande d’Africa - il Kruger NP - ha comportato la rimozione di migliaia di Tsonga, una popolazione bantu originaria dell’Africa meridionale che si è vista espropriare le terre e, con esse, gran parte della propria cultura e delle proprie tradizioni su ordine di Stevenson-Hamilton, scozzese di nascita e primo guardiano ufficiale del Parco. La sua politica nei confronti delle popolazioni indigene - che ha comportato, tra l’altro, anche il divieto totale della caccia all’interno del Parco - fu talmente rigida da valergli il soprannome di Skukuza che, in lingua, Tsonga, significa “colui che ha messo tutto sottosopra” e che, oggi, identifica uno dei campeggi più ambiti dai turisti a caccia di un’eccellente foto profilo.

    L’esportazione del modello Yellowstone
    XNatura

    Conservazione e Conservazione fortezza

    La conservazione non è mai stata una strategia semplice da descrivere e applicare. Molti pensano erroneamente che abbia a che fare con il proteggere ciò che non è mai stato contaminato dalla presenza umana. Pinchot e Roosevelt la definirono come l'uso sapiente delle risorse naturali della Terra. Quello che la contraddistingue è che, spesso, si è palesata come un processo calato dall’alto seguendo logiche, pratiche e interessi di stampo occidentale ai danni delle popolazioni native. Si tratta, in questi casi, di “conservazione fortezza”, che implica la totale rimozione della presenza umana dalle aree a forte interesse naturalistico così da garantirne l’accesso solo a turisti, ricercatori e, in taluni casi, ai cacciatori di trofei. Alla base c’è la convinzione, fortemente osteggiata da ONG come Survival International, che le popolazioni locali usino in modo irrazionale le risorse naturali e che le aree protette debbano essere preservate dal disturbo umano.

    Donna indigena in Amazzonia
    3Bee

    L’odierno paradosso della conservazione

    Nonostante sia indubbia, e ingiustificabile, la prevaricazione ai danni delle popolazioni native in nome della tutela ambientale - come se l’una escludesse a prescindere l’altra - la situazione odierna è così delicata e sospinta verso un punto di non ritorno, che il dibattito circa l’eventualità di creare o meno aree protette laddove vivono popolazioni native rischia di essere strumentalizzato dalla politica diventando vittima di inutili polarizzazioni ideologiche. Il fatto che allontanare le comunità locali dalle loro terre non protegga la biodiversità, è un fatto ineluttabile. Al contrario, pur comprendendo solo il 22% della superficie terrestre, i territori ancestrali coincidono con aree che ospitano l'80% della biodiversità del pianeta, dimostrando che le popolazioni native garantiscono una conservazione efficace e sostenibile.

    Foresta amazzonica

    Ripartiamo da diritti sulla terra conservazione di comunità

    Tuttavia, è altrettanto innegabile l’esistenza di un’infiltrazione del potere economico in aree ad alta concentrazione di biodiversità dove le comunità locali, strette nella morsa della povertà, si trovano a dover collaborare con bracconieri, allevatori illegali di bestiame, imprese minerarie e aziende implicate nella deforestazione. Parte della soluzione al problema potrebbe risiedere nell’applicazione di una strategia di conservazione che prenda spunto dalle conoscenze indigene e affidi loro la protezione di aree chiave in base ai principi del community based conservation che, nel Parco Nazionale del Madidi (Bolivia), ha uno degli esempi più riusciti.

    Deforestazione

    Il ruolo delle COP

    Tra gli strumenti che possono monitorare e migliorare il rapporto tra conservazione e popolazioni native, tutelando i diritti umani e delle altre specie ed ecosistemi, vi sono le Conferenze delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici e della Convenzione sulla Diversità Biologica che si tengono rispettivamente ogni anno e ogni biennio. A pochi mesi dalla COP30 di Bélem, considerata una delle porte d’accesso all’Amazzonia, è auspicabile prevedere inoltre strumenti legislativi che rafforzino diritti e doveri delle popolazioni, riconoscendone il ruolo di custodi e gestori delle terre in cui abitano, e dando loro il modo di proteggersi da una nuova forma di oscuro colonialismo economico.

    COP 30
    17/11/2024Di 3Bee, Valeria Barbi
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