Si può ancora parlare di Antropocene?
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    Si può ancora parlare di Antropocene?

    La commissione scientifica responsabile del riconoscimento delle unità temporali all’interno del nostro periodo geologico ha recentemente rifiutato di adottare il termine Antropocene per definire l’epoca in corso. Tuttavia, viviamo ancora in un'era in cui l'umanità ha un enorme impatto sul pianeta.

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    28/04/2024Di Chiara Pertile
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    28/04/2024Di Chiara Pertile
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    La decisione degli scienziati

    Benvenuti nell’Antropocene! Era il 2000 quando il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen (noto per i suoi studi sull’indebolimento dell’ozono stratosferico) propose questo termine in un famosissimo saggio per indicare l’epoca geologica attualmente in corso. Un’epoca caratterizzata dall’influenza impattante delle società umane sul clima, gli ecosistemi e l’ambiente, e in cui l’attività antropica è una tra le principali cause del rapido declino della biodiversità e dell’aumento della temperatura terrestre. Dopo oltre un decennio di studi e dibattiti, il 24 marzo 2024 la Subcommission on Quarternary Stratigraphy, la commissione responsabile del riconoscimento delle unità temporali nel nostro periodo geologico più recente, ha però rifiutato la proposta affermando che l’aggiunta di un’epoca – e quindi la fine dell’Olocene – non è supportata dagli standard utilizzati fino ad ora per definirle.

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    Trovare il chiodo d’oro

    Torniamo però indietro. A partire dalla proposta di introduzione del termine Antropocene (dalle parole greche anthropos e kainos, che significano “essere umano” e “recente”) come nuova epoca geologica, si aprì un lungo dibattito su quale evento utilizzare per marcare l’inizio di questa nuovo periodo. Per poter definire infatti un nuovo periodo geologico i geologi hanno bisogno di tracce, detti “golden spikes” (in italiano, chiodi d’oro), cioè di eventi su larga scala che incidono sulla stratificazione sedimentaria del nostro pianeta attraverso cambiamenti biotici, geochimici o climatici. Trovare però il “chiodo d’oro”, in gergo tecnico GPPS (global boundary stratotype sections and point), non è mai stato facile per l’Antropocene, e questo ha portato lunghi anni di dibattiti e proposte da parte degli scienziati.

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    3Bee

    L’inizio dell’Antropocene

    Una delle proposte più discusse per l'inizio dell'Antropocene è quella di farlo coincidere con la rivoluzione industriale, a partire dal XVIII secolo. Questo momento storico è significativo perché ha segnato l'inizio di un aumento importante delle emissioni di anidride carbonica, metano e di altre sostanze inquinanti nell'atmosfera da parte dell'umanità, contribuendo così agli impatti antropogenici sul nostro ambiente. Secondo altri scienziati l’inizio dovrebbe invece coincidere con il 1945, anno in cui venne lanciata la prima bomba atomica sulle città di Hiroshima e Nagasaki, creando delle particelle radioattive rintracciabili sul pianeta. Nonostante queste scuole di pensiero, il gruppo ufficiale che lavora sulle tematiche legate all’Antropocene – l’Anthropocene Working Group – ha proposto il 1952 come data ufficiale di inizio, utilizzando come marcatore il fallout radioattivo del primo test della bomba all’idrogeno.

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    La grande accelerazione

    L'inizio dell'Antropocene nel 1952 è stato proposto e motivato anche dalla "Grande Accelerazione", identificata dallo scienziato del clima Will Steffen. Questo periodo, iniziato intorno agli anni 50’, è caratterizzato da un notevole aumento dell'attività umana a livello globale, con una rapida crescita della popolazione mondiale, dell'urbanizzazione, dell'industrializzazione, del consumo di risorse naturali e delle emissioni di gas serra. Durante questo periodo, i radioisotopi come il plutonio, derivanti dai test sulle bombe all'idrogeno effettuati, hanno lasciato tracce evidenti nel suolo, in particolare nel lago Crawford in Canada, che è stato ufficialmente identificato come chiodo d’oro per l'inizio dell'Antropocene.

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    Dibattiti sull’Antropocene

    Non tutti sono d’accordo però con questa definizione, un esempio lo è infatti l’ecologista Erle C. Ellis che ha deciso di lasciare l’Anthropocene Working Group proprio perché convinto che la proposta di definire l’Antropocene da un evento così recente e catastrofico rischiasse di limitare la potenza euristica di questo concetto, non offrendo una più ampia comprensione scientifica e pubblica dell’impatto umano sull’ambiente. Come dichiarato infatti su Le Scienze, l’ecologista sostiene che marcare nel fallout nucleare l’inizio dell’Antropocene “rischiava di seminare confusione sulla storia profonda di come l'uomo sta trasformando la Terra, dal cambiamento climatico alla perdita di biodiversità, dall'inquinamento da plastica alla deforestazione tropicale”.

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    La rivoluzione neolitica

    Sembrerebbe infatti che l’impatto dell’uomo sulla natura abbia radici ben più profonde e antiche. Una delle proposte più affascinanti in merito all’Antropocene riguarda la possibilità di far coincidere il suo inizio con la rivoluzione neolitica. Nel 2003 infatti il paleoclimatologo W. Ruddiman notò che già a partire da 8000-6000 anni fa, in concomitanza appunto con lo sviluppo e l’espansione dell’agricoltura, è possibile rintracciare un innalzamento di gas serra come il metano e l’anidride carbonica, fino a quel momento in diminuzione. Dobbiamo infatti pensare che l’avvento dell’agricoltura portò l’umano a disboscare le foreste per creare dei campi, liberando CO2. Questa visione è sicuramente discutibile e non rapportabile all’impatto della bomba a idrogeno, eppure ci racconta qualcosa di più sul rapporto che abbiamo sempre avuto nei confronti della natura e sulla nostra storia evolutiva, offrendo una nuova chiave di lettura sull’Antropocene.

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    Costruttori di nicchia

    Fin dalla sua comparsa, Homo sapiens si è infatti caratterizzato come perfetto “costruttore di nicchia”, un animale in grado di modificare l’ambiente a sé circostante per renderlo più “abitabile” e “adatto” alla sua sopravvivenza. Un ambiente che, successivamente, ha modificato noi stessi. Secondo la teoria di costruzione di nicchia infatti, le attività metaboliche e comportamentali degli organismi possono – attraverso una modificazione ambientale e una seguente alterazione delle pressioni selettive – generare una serie di effetti a cascata sugli stessi. Nel caso dell’umano, è probabile che proprio la capacità di modificare l’ambiente abbia creato una serie di feedback evolutivi dirompenti che ci hanno caratterizzato come specie e hanno portato al nostro successo evolutivo, alla nostra diffusione planetaria e, di conseguenza, alla crisi ambientale e climatica in atto, tanto da essere interpretata da alcuni autori come un gigantesco processo di costruzione di nicchia antropica.

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    L’era umana è ancora in corso

    Seppur le prove geologiche non sono sufficienti per indicare, almeno per ora e formalmente, la fine dell’epoca dell’Olocene – periodo iniziato 11.7 mila anni fa – il dibattito non è concluso. Ci sono infatti le discussioni scientifiche in merito all’ “evento Antropocene”, e gli stessi scienziati sottolineano l’importanza di rimarcare e studiare come le società umane hanno e stanno cambiando il pianeta. Il rifiuto del termine Antropocene come epoca non significa infatti negare l’impatto delle attività antropiche sull’ambiente. Viviamo ancora in un’epoca in cui la specie umana ha occupato più di un terzo delle terre emerse con pascoli, coltivazioni e città e in cui è presente una fortissima pressione antropica sul pianeta, dove siamo considerati la principale causa dell’alterazione dello strato di ozono atmosferico e anche i principali imputati della crisi climatica e ambientale attualmente in corso.

    paesaggio

    Si sentirà ancora parlare di Antropocene

    Le discussioni sull’Antropocene non sono ancora finite e continueranno a essere utili per stimolare il dibattito sulla “natura della trasformazione umana del pianeta”, come afferma sempre Ellis. Infatti, se siamo stati in grado di avere un impatto così dirompente sull’ambiente in queste ultime migliaia di anni, è sempre più importante riflettere su come le nostre azioni possono avere un impatto positivo su di esso. Alcune alternative di ripensare il rapporto tra umano e ambiente sembrano concretizzarsi oggi, attraverso progetti di conservazione e salvaguardia della biodiversità, come le Oasi della biodiversità di 3Bee, habitat urbani e agroforestali costruiti per gli insetti impollinatori, organismi essenziali per la stabilità ecologica del nostro pianeta.

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    28/04/2024Di Chiara Pertile
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